La miglior Scuola di Tango Argentino a Roma. Corsi seguiti dai nostri Maestri, lezioni giornaliere nella nostra Scuola a Eur – Torrino.
5/5 - (13 votes)
Tango e politica in Argentina: una storia intrecciata
Il tango non è solo musica o danza: è lo specchio di un Paese intero.
Nato tra i porti di Buenos Aires e Montevideo, figlio degli immigrati e dei quartieri popolari,
il tango ha camminato di pari passo con la politica argentina.
Ogni governo, ogni dittatura, ogni rinascita culturale ha lasciato il suo segno sul modo di ballarlo, ascoltarlo, perfino di viverlo.
Le origini e i primi divieti
Alla fine dell’Ottocento il tango era il linguaggio dei sobborghi:
melodie nate tra immigrati italiani, spagnoli, africani, mescolati nella nuova metropoli sul Río de la Plata.
Le classi alte lo guardavano con sospetto, la Chiesa lo condannava, e in alcuni quartieri i balli venivano interrotti dalle autorità,
considerate troppo audaci e scandalosi.
Ma, come spesso accade, ciò che nasce nelle periferie non può essere fermato: il tango cresceva, ballato nei cortili,
sussurrato nei caffè, fino a diventare il cuore pulsante di una città intera.
Peronismo, Evita e il tango del popolo
Negli anni Quaranta, con Juan Domingo Perón ed Eva Duarte, il tango diventa la colonna sonora di una nuova identità nazionale.
Evita, che non aveva mai dimenticato le sue origini umili, parlava al cuore dei lavoratori e delle classi popolari usando anche la lingua del tango:
nelle canzoni di Gardel e di tanti altri autori trovava la stessa tensione sociale, lo stesso sogno di riscatto che animava la sua azione politica.
In quegli anni, il tango non era soltanto intrattenimento: era orgoglio, appartenenza, un modo per dire “noi argentini” al mondo intero.
Il potere politico lo adottò come simbolo e lo portò nelle piazze e alla radio, rendendolo parte del progetto di unire un Paese diviso.
Declino e silenzi (anni ’60–’70)
Dopo il boom degli anni Trenta e Quaranta, il tango entrò in un lungo crepuscolo.
Negli anni Sessanta e Settanta, i giovani guardavano al rock, ai Beatles, alla bossa nova: la musica dei loro genitori sembrava ormai fuori tempo.
Le milonghe storiche cominciarono a svuotarsi, i grandi saloni chiudevano, e i maestri che avevano fatto la storia invecchiavano senza trovare eredi disposti a raccoglierne il testimone.
In quel vuoto si infilò la censura dei regimi militari: in radio e nei teatri non si volevano più testi malinconici o che parlassero di povertà e ingiustizie.
Alcuni brani furono proibiti, e molti ballerini smisero di esibirsi.
Per la prima volta dopo decenni, il tango rischiò davvero di spegnersi.
La dittatura del 1976–1983: il tango in esilio
Con il golpe del 1976, l’Argentina sprofonda in una delle pagine più oscure della sua storia.
La dittatura militare impose un controllo ferreo su ogni espressione culturale, schedando e perseguitando artisti, vietando canzoni,
imponendo silenzi forzati.
Molti musicisti e ballerini scelsero l’esilio, portando il tango in Europa e negli Stati Uniti quasi per necessità di sopravvivenza.
Altri, come Astor Piazzolla, pur tra mille critiche, seppero trasformare quella stessa musica in un linguaggio nuovo,
capace di parlare a un pubblico internazionale.
Nei quartieri popolari di Buenos Aires, intanto, il tango restava un ricordo affettuoso, suonato nelle radio di casa e nei pochi locali
che osavano sfidare la censura.
Quegli anni bui rischiarono di spezzare il filo della tradizione: intere generazioni di ballerini si persero, e il tango sopravvisse grazie
alla memoria dei più anziani e al coraggio di pochi irriducibili.
La rinascita dagli anni ’80
La rinascita arrivò quasi come un miracolo. Con la caduta della dittatura e il ritorno della democrazia,
l’Argentina scoprì che il tango non era morto, ma aspettava solo di tornare a respirare.
Lo spettacolo Tango Argentino, presentato nel 1983 a Parigi, fu una rivelazione: il mondo intero si accorse della forza evocativa di questa danza.
Carlos Gavito, con il suo abbraccio struggente e la sua eleganza scultorea, e Miguel Ángel Zotto, con la sua energia travolgente,
portarono il tango sulle scene di New York, Parigi e Tokyo, trasformandolo in un fenomeno globale.
Parallelamente, a Buenos Aires, un’altra rivoluzione prendeva forma: la serie di videocassette Así se baila el tango,
realizzata da Osvaldo Zotto e Mora Godoy.
Per la prima volta i segreti del tango venivano fissati su nastro, passo dopo passo, con un linguaggio codificato.
Quella collana ha permesso a generazioni di ballerini e maestri di studiare, replicare e tramandare il tango con un metodo chiaro,
impedendo che un patrimonio orale e vissuto andasse disperso.
I riscopritori: Naveira, Salas e Frúmboli
Se i teatri internazionali avevano mostrato al mondo il fascino del tango,
fu nei saloni di Buenos Aires che prese forma un altro movimento, meno appariscente ma decisivo.
Negli anni ’90, tre ballerini – Gustavo Naveira, Fabián Salas e Mariano “Chicho” Frúmboli –
si trovarono davanti a un paradosso: il tango era amato in tutto il mondo, ma rischiava di spegnersi a casa sua,
perché non c’erano più maestri pronti a trasmetterne la grammatica.
In assenza di manuali, di registrazioni complete, di scuole strutturate, decisero di diventare ricercatori.
Con pazienza e creatività, guardarono i vecchi, ricostruirono figure dimenticate, provarono e riprovarono,
fino a codificare un metodo che permettesse al tango di sopravvivere e di essere insegnato.
Non si trattava di inventare un’altra danza, ma di riportare alla luce il tango nella sua essenza,
dandogli strumenti per continuare a parlare alle nuove generazioni.
In questo senso, più che inventori di un “tango nuevo”, furono custodi e riscopritori di un linguaggio antico,
che proprio grazie a loro poté rinnovarsi senza perdere la propria anima.
La práctica di Cochabamba 444: il laboratorio del tango
Questo lavoro di ricerca non rimase astratto. Trovò un luogo concreto in cui prendere forma:
la práctica di Cochabamba 444, a Buenos Aires.
Non una scuola nel senso tradizionale, né una milonga, ma uno spazio di studio aperto,
guidato soprattutto da Gustavo Naveira, dove il tango veniva smontato e osservato nei suoi elementi fondamentali.
Qui il ballo non serviva a esibire, ma a comprendere.
Ci si fermava spesso, si discuteva, si provava una stessa azione più volte,
cercando il perché di un equilibrio, di una rotazione, di una relazione tra i corpi.
Era un laboratorio in cui il tango veniva pensato come sistema prima ancora che come repertorio di figure.
Da quella práctica passarono ballerini destinati a diventare maestri di riferimento
e prese forma un modo nuovo di trasmettere il tango sociale:
non per imitazione, ma per consapevolezza.
Cochabamba 444 divenne così uno dei luoghi chiave della rinascita del tango a Buenos Aires negli anni ’90,
un passaggio silenzioso ma decisivo tra tradizione e contemporaneità.
Oggi, memoria e patrimonio
Oggi il tango è riconosciuto come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO.
È musica, danza, poesia, ma anche memoria di un popolo che ha attraversato dittature e rinascite.
Nel suo abbraccio c’è tutta la storia dell’Argentina: le notti di Buenos Aires, la voce di Gardel che non muore mai,
i passi codificati da Zotto e Godoy, le figure riscoperte da Naveira, Salas e Frúmboli.
Il tango non è “nuovo” né “vecchio”: è, semplicemente, eterno.
Se vuoi entrare ancora di più nello spirito del Tango, leggi i nostri articoli su Cultura del Tango Argentino:
un viaggio tra emozioni, musica e tradizione.
Qual era il rapporto tra Evita e il tango?Negli anni del peronismo il tango fu anche linguaggio popolare. Evita ne riconosceva la forza simbolica
e la vicinanza alla vita delle classi lavoratrici, contribuendo a portarlo in radio, piazze, sale. Perché tra anni ’60 e ’70 il tango da ballo è calato?Per un intreccio di cause: nuovi gusti giovanili (rock, TV), chiusura di molte sale storiche, e in fasi autoritarie
limitazioni alle riunioni pubbliche che hanno inciso sulla pratica sociale delle milonghe. Cosa accadde alle milonghe durante la dittatura (1976–1983)?L’ambiente culturale fu sottoposto a censura e controlli. Le milonghe non scomparvero del tutto, ma furono poche,
più sorvegliate e spesso vincolate ad autorizzazioni: l’attività sociale del ballo si ridusse nettamente. Che ruolo hanno avuto Carlos Gavito e Miguel Ángel Zotto a teatro?Hanno portato il tango sui palcoscenici internazionali (Europa, USA, Asia), mantenendone viva l’immagine
negli anni della rinascita e contribuendo a riportare l’attenzione sulla danza e sull’abbraccio. Perché la collana VHS “Así se baila el tango” è così importante?Con Osvaldo Zotto e Mora Godoy ha diffuso, per la prima volta in modo sistematico, una nomenclatura dei passi e un metodo didattico
chiaro, utile a maestri e allievi per studiare e tramandare il tango. Perché chiamare Naveira, Salas e Frúmboli “riscopritori” e non “innovatori”?Perché, in assenza di manuali, video, archivi e quasi senza maestri di riferimento, hanno rimesso insieme i passi, studiato il linguaggio,
sperimentato come trasmetterlo alle generazioni future. Non hanno “inventato un nuovo tango”: hanno custodito e restituito il tango. Cos’era la práctica di Cochabamba 444?Un laboratorio di studio e trasmissione del ballo guidato da Gustavo Naveira (anni ’80–’90), frequentato da ballerini che sarebbero diventati
maestri di riferimento: un luogo chiave della rinascita del tango sociale. Che impatto ebbe lo spettacolo “Tango Argentino”?Dal 1983 rilanciò globalmente la danza, portando il tango in tournée internazionali e aprendo la strada alla ripresa di milonghe, scuole e circuiti didattici.
Scritto da Carlo Paolantoni – Maestro di Tango Argentino e organizzatore dal 2006, fondatore di Tangoinprogress e promotore per la diffusione del Tango a Roma.