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Per imparare devi diventare insegnabile

ballerino di tango scettico rspetto a ciò che gli stanno insegnando

«Ma a me hanno insegnato così!»

Chi insegna tango, prima o poi, questa frase se la sente dire.
E spesso non una volta sola.

È una risposta che arriva quando proponiamo una correzione, suggeriamo un movimento diverso o semplicemente invitiamo un allievo a provare qualcosa che non conosce.

Naturalmente non c’è niente di male nell’aver imparato una cosa in un certo modo. Il tango è pieno di interpretazioni, scuole di pensiero, tecniche differenti. Ed è anche questo uno dei suoi aspetti più affascinanti.

Il problema nasce quando quel «mi hanno insegnato così» diventa «quindi si fa così, punto».

A quel punto non stiamo più confrontando due possibilità.
Stiamo cercando di aprire una porta che qualcuno, dall’altra parte, tiene ben chiusa. E qualche volta, diciamolo, anche con una certa energia!

C’è una frase che abbiamo già utilizzato in passato e alla quale siamo particolarmente affezionati:
«Per imparare devi diventare insegnabile».

Sembra una banalità, ma non lo è affatto.

Per imparare non basta frequentare un corso, ascoltare una spiegazione o ripetere un esercizio. Bisogna anche essere disposti a mettere in discussione qualcosa che si credeva di sapere.
E non è sempre facile.

Che si balli da un anno o da dieci, poco cambia. Magari si frequentano abitualmente le milonghe, si conoscono già diverse figure e l’insegnante, o qualche compagna di ballo, ci ha fatto anche qualche complimento.
Perché mai dovremmo pensare di fare qualcosa di sbagliato?

In fondo balliamo, ci divertiamo, invitiamo, veniamo invitati.
Le cose sembrano funzionare benissimo.

Eppure basta a volte una piccola modifica, un diverso utilizzo del peso, una maggiore attenzione all’equilibrio o all’abbraccio per scoprire sensazioni completamente nuove. Ma per scoprirle bisogna almeno essere disposti a provarci.

E qui incontriamo uno degli ostacoli più curiosi dell’insegnamento: molto spesso è più semplice insegnare qualcosa a chi parte da zero che proporre un’alternativa a chi è convinto di saperla già fare.

Noi, quando incontriamo queste resistenze, preferiamo non insistere troppo. Proponiamo, sperimentiamo, torniamo sull’argomento in un’altra occasione.
Una sorta di goccia cinese didattica.

E spesso, dopo settimane o mesi, arriva il momento magico.
«Ahhh! Adesso ho capito!»

Che è meraviglioso. Anche quando è la stessa cosa che gli stiamo raccontando da sei mesi!

Altre volte succede qualcosa di ancora più curioso: l’allievo mette in pratica quello che gli abbiamo insegnato senza nemmeno rendersene conto. Lo fa mentre balla, spontaneamente, senza pensarci.

E va benissimo così. Evidentemente, a un certo punto,
quella cosa è diventata sua.

Poi ci sono gli allievi che ballano da anni. Li guardate e pensate: «Quanto sono bravi! E quanto sono belli da vedere!».
Eppure continuano a studiare, a mettersi in discussione.
Su tutto. Anche su quei movimenti che eseguono magnificamente e che, a guardarli, sembrerebbero non avere più nulla da migliorare.

Provano, ascoltano, fanno domande, cercano sensazioni diverse.
Non perché non sappiano ballare, ma perché sanno che saper fare una cosa non significa aver
finito di comprenderla.

Insomma, sembrerebbe tutto molto semplice: per migliorare
bisogna studiare, ascoltare, sperimentare e soprattutto
mantenere una certa dose di curiosità.

Giusto?

Beh, non sempre.

coppia di tango a loro agio mentre ballano

Ma chi l’ha detto che bisogna necessariamente voler migliorare?

Perché qualcuno dovrebbe sentirsi obbligato a continuare
a studiare tango?

Magari lavora tutto il giorno, ha una famiglia, mille impegni e quelle due serate in milonga sono il suo momento di libertà.
Vuole ascoltare buona musica, incontrare gli amici, abbracciare qualcuno e trascorrere qualche ora piacevole.
Conosce poche figure? Pazienza. Non ha una tecnica impeccabile? Sopravviveremo tutti.

Se quello che sa gli basta, perché dovrebbe necessariamente desiderare qualcosa di diverso?

Studiare gli permetterebbe probabilmente di migliorare, certo. Ma forse migliorare non è una sua priorità.

Anzi, vogliamo raccontarvi una cosa.

Alla nostra milonga viene abitualmente un signore che racconta, con un certo orgoglio, di non aver mai preso una lezione di tango. Nemmeno una.

Eppure è così garbato, elegante e piacevole che le donne
ballano sempre volentieri con lui.

Una perla rara, diciamolo.

Magari un insegnante, osservandolo, troverebbe parecchie cose da correggere. E allora?
Dovremmo convincerlo a iscriversi a un corso? Spiegargli
che potrebbe fare meglio? Che gli manca questo, che dovrebbe migliorare quello? Ma soprattutto, perché?

Lui si diverte, le sue ballerine si divertono. E probabilmente possiede qualità che qualche ballerino molto più preparato tecnicamente potrebbe perfino invidiargli.


Essere soddisfatti del proprio tango non significa necessariamente ballare bene. Ma neppure ballare bene significa necessariamente essere più gradevoli.

Noi insegnanti viviamo immersi nell’insegnamento.
L’apprendimento è l’aria che respiriamo, è parte essenziale di quello che facciamo. E proprio per questo, qualche volta, rischiamo  di dimenticare che non tutti vivono il tango nello stesso modo.

Il tango, per fortuna, è popolato da un’umanità meravigliosamente varia.

E noi continueremo a insegnare a chi ha voglia di imparare e a ballare con chi ha semplicemente voglia di ballare.

E comunque, che studiate o no, che siate garbati o no,
per favore…

NON PARLATE MENTRE BALLATE! 😂

una milonga dove nessuno parla mentre balla

Carlo Paolantoni

Scritto da Carlo Paolantoni – Maestro di Tango Argentino e organizzatore dal 2006, fondatore di Tangoinprogress e promotore per la diffusione del Tango a Roma.