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Il Tango non è più quello di una volta

Milonga affollata, un ballerino al centro della pista si sente fuori posto

C’è una frase che, prima o poi, quasi tutti pronunciano. La si sente nelle milonghe, nei corridoi delle scuole, nelle chiacchiere di fine serata, detta con nostalgia o con una punta di amarezza: «Il tango non è più quello di una volta».

È una frase che sembra parlare di musica, di piste, di livelli che si abbassano, di atmosfere che cambiano. Ma se la si ascolta davvero, senza fretta, viene il dubbio che non stia parlando tanto del tango, quanto di chi la dice.

All’inizio il tango è scoperta pura. Ogni passo è nuovo, ogni abbraccio sorprende, ogni milonga è un mondo intero. Si entra in sala con curiosità, con una disponibilità totale all’errore, con quell’entusiasmo che rende tutto più grande di quello che è.

Poi il tempo passa. I passi diventano familiari, la musica si riconosce dopo poche battute, le dinamiche della pista si leggono in anticipo.

Non perché il tango si sia impoverito, ma perché noi abbiamo accumulato esperienza. E l’esperienza cambia lo sguardo: raffina il gusto, approfondisce la sensibilità, ma alza anche le aspettative. Così nasce quella sensazione per cui qualcosa sembra peggiorato, quando in realtà siamo diventati semplicemente più consapevoli.

Questo meccanismo non riguarda solo il tango. Succede ovunque. Quel ristorante non è più buono come una volta, quel bar ha perso il servizio di un tempo. Spesso i luoghi non sono cambiati così tanto. È cambiato il nostro modo di stare dentro le cose.

Nel tango questo emerge soprattutto nel rapporto con chi è all’inizio. Le piste continuano a riempirsi di principianti, di nuove leve, di persone che stanno vivendo oggi ciò che noi abbiamo vissuto anni fa.

Eppure, col passare del tempo, diventiamo meno indulgenti. Gli errori che una volta ci sembravano normali ora ci infastidiscono. Non perché i principianti di oggi siano peggiori, ma perché noi non siamo più principianti.

A questo si aggiunge il ricambio generazionale. Un tempo entrando in milonga si riconoscevano quasi tutte le facce. Oggi, per molti ballerini di lunga data, questo non accade più.

La pista è piena, ma non è più abitata dagli stessi riferimenti affettivi. Il cambiamento è naturale, inevitabile, persino necessario. Ma emotivamente non è neutro.

Non è un caso, allora, che alcuni scelgano maratone ed encuentros, contesti in cui ritrovare familiarità e continuità. Non smettono di ballare. Cambiano spazio.

Il punto più delicato è che questo ciclo non si interrompe mai. I principianti di oggi saranno i ballerini esperti di domani.

E un giorno, guardando altri volti nuovi, diranno anche loro che il tango non è più quello di una volta.

Forse allora il tango non è peggiorato. È diventato più esigente. Non regala più emozioni automatiche: chiede presenza, ascolto, responsabilità.

Chiudete gli occhi. Tornate ai vostri inizi, a quando ballavate ridendo con i compagni di corso, provavate in pista i passi studiati a lezione, vi fermavate ogni due passi perché qualcosa non funzionava.

Ve lo ricordate?

Ecco. In quei momenti eravate voi l’elemento di disturbo.

Oggi siete dall’altra parte della pista.
E oggi siete voi a dire: «Il tango non è più quello di una volta».

E adesso… l’altra campana

Chi sostiene che il tango non sia più quello di una volta spesso non parla solo di percezioni soggettive, ma di trasformazioni concrete: piste più affollate, livelli medi disomogenei, meno tempo dedicato allo studio, una maggiore fretta di ballare prima ancora di capire.

Riconoscere il ciclo naturale non significa giustificare ogni forma di invadenza. Talvolta la minore indulgenza nasce da una richiesta di cura, di rispetto, di attenzione allo spazio condiviso.

E non si può ignorare che alcuni ambienti cambiano davvero, non solo nella percezione. Comunità che crescono velocemente possono perdere coesione. Il disagio, in questi casi, è reale.

Forse allora il punto non è stabilire se il tango sia peggiorato o se siamo cambiati noi. Forse la vera domanda è un’altra: se non dovremmo essere proprio noi, ballerini più esperti, a diventare promotori di un cambiamento che, probabilmente, ai nostri tempi non c’è stato davvero. Quello di accompagnare le nuove leve con benevolenza invece che con astio, di trasmettere una cultura prima ancora che una tecnica, e di guidare senza giudicare chi oggi sta iniziando il percorso che un tempo è stato anche il nostro.

Magari dando per primi il buon esempio.

Adulti e bambini che ballano insieme in una milonga

Per approfondire

Retrospettiva rosea (Rosy Retrospection)
Fenomeno psicologico per cui tendiamo a ricordare il passato più positivamente di quanto fosse in realtà, confrontandolo con un presente giudicato più severamente.
🔗 https://it.wikipedia.org/wiki/Retrospettiva_rosea

Memoria collettiva
Concetto sociologico introdotto da Maurice Halbwachs: i ricordi individuali sono influenzati e ricostruiti all’interno di un contesto sociale condiviso.
🔗 https://en.wikipedia.org/wiki/On_Collective_Memory
🔗 https://it.wikipedia.org/wiki/Memoria_collettiva

End-of-history illusion
Illusione psicologica in base alla quale guardiamo al nostro passato come molto diverso da noi, ma pensiamo erroneamente di non cambiare più in futuro.
🔗 https://en.wikipedia.org/wiki/End-of-history_illusion

Carlo Paolantoni

Scritto da Carlo Paolantoni – Maestro di Tango Argentino e organizzatore dal 2006, fondatore di Tangoinprogress e promotore per la diffusione del Tango a Roma.