Il Tango Nuevo

Le origini

Tango Nuevo, Le origini
Prima di tutto una piccola premessa, piccola perché l’argomento è vasto e andremmo fuori tema. Dal 1955 al 1983, salvo brevi interruzioni, l’Argentina è stata “governata” dai militari, con effetti che tutti purtroppo conosciamo, il tango in questo periodo non era benvisto, le milonghe erano chiuse quasi tutte, i raggruppamenti erano “sconsigliati”, insomma a tutto si pensava tranne che a ballare.

Mi ha fatto notare un amico argentino che questo ha provocato un’anomalia, ovvero che a Buenos Aires le persone che ballano il tango sono, salvo ovviamente eccezioni, o molto anziane, o molto giovani, senza le vie di mezzo che altrimenti ci sarebbero state.
Le persone anziane perché ritrovano il gusto di ballare un ballo della loro giovinezza, i giovani, stanchi di rock, salsa, disco, lo riscoprono. Troviamo quindi due modi di pensare, uno più vecchio ed uno più nuovo, forse con un’idea romantica, data dai racconti dei genitori, ma con un’esperienza totalmente diversa.
In questo periodo il tango è sopravvissuto grazie alle compagnie che portavano gli spettacoli in giro per il mondo, agli esuli che per passione o necessità insegnavano quello che sapevano, più tardi grazie anche a maestri intraprendenti (ed intraprendenti investitori americani) che registrarono lezioni di tango su videocassette per venderle poi in giro per il mondo.

Lo studio delle dinamiche del tango
Ad un certo punto, all’incirca il 1997, alcuni maestri iniziarono a chiedersi non solo come effettuare un buon passo, ma perché quel tale passo funzionasse in una data maniera, in base a quali dinamiche, a quali punti di equilibrio, non si accontentarono più quindi di ripetere qualcosa di già visto, ma cercarono nuovi modi di farlo.
Per fare ciò iniziarono a capire che le figure del tango funzionano bene se sono in equilibrio, e per essere in equilibrio devono essere racchiuse all’interno di un triangolo.
Questo triangolo poi, riposizionato in verticale anziché in orizzontale, fu la base dello studio delle figure dinamiche circolari.
Da qui, all’applicazione della destrutturazione, ovvero la scomposizione sistematica di ogni singolo movimento, e la loro seguente ricomposizione, il passo è stato abbastanza breve, già nel 2000 le dinamiche circolari e le sostenidas venivano insegnate al CITA, accanto a salti e figure acrobatiche del tango da palcoscenico.

Il Tango è uno!
Successivamente si è dato un nome a ciò che stavano facendo, attribuendo etichette a nuovi movimenti, ed allo stile nuevo in generale: prima era tutto tango per tutti, dopo è diventato, ma solo per alcuni, “qualcos’altro”, ad oggi la tendenza è ritornare al pensiero che il “Tango è uno”, essendo ormai completamente assimilata la didattica del tango nuevo e quindi decaduta la necessità di dividere le cose.
Alla fine il tango nuevo è semplicemente lo studio dei singoli movimenti del tango argentino, presi ognuno per conto proprio, ricombinati poi successivamente senza però darne una sequenza fissa, ma a libera interpretazione dei ballerini, quindi è uno strumento didattico ed un modo di porsi all’interno della coppia.

Certo, per chi non studia in questa maniera la cosa che colpisce di più sono i movimenti fuori asse, la perdita di frontalità, e le rifiuta, ma è solo un modo di vedere senza voler capire.

Si può ballare il tango nuevo senza perdere frontalità?
Si, perché le dissociazioni, che fanno parte integrante ed essenziale del suo studio servono essenzialmente a quello, a non perdere la frontalità con la persona con cui stiamo ballando.

Si può ballare il tango nuevo nell’abbraccio stretto?
Si, si può ballare in qualsiasi tipo di abbraccio, adattandolo a quello che vogliamo fare, non siamo assolutamente vincolati, balliamo con una persona che ci piace abbracciare.

Si può ballare il tango nuevo su musiche tradizionali?
Si, perché il tango argentino si balla sul ritmo e sulla melodia, e noi balliamo tango argentino, ci sono persone che non sentono la musica e ballano su qualcos’altro, ma accade in tutti gli stili.

E’ interessante leggere quest’intervista del 2007 fatta a Mariano Chicho Frumboli